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Un blog di nicchia. |
di Clint Eastwood
con Clint Eastwood, Hilary Swank, Morgan Freeman
U.S.A. 2004
Il rapporto che s’instaura tra allenatore e pugile è un po’ come quello tra padre e figlio. Il problema è che bisogna muoversi sempre sul filo di un complicato equilibrio. Da una parte il padre/allenatore deve proteggere la propria “bambina”, per evitare che si scontri troppo presto con gli ostacoli della vita. Dall’altra, va lasciata libera di esprimersi da sola, per far sì che le sue doti si valorizzino al meglio. Ma il peso soffocante della responsabilità è sempre pronto a farsi sentire. E allora si capisce che “Million Dollar Baby” non è un film sulla boxe o, meglio, non è solo un film sulla boxe, ma molto di più.
Ancora una volta, come tutti i grandi film di Eastwood (“Mystic River”, “Un mondo perfetto”, “Gli spietati”), i protagonisti sono eroi ai margini della società, la cui epopea non può che essere narrata da uno Scrap-Iron, un “rottame” appunto, come viene soprannominato Eddy (Morgan Freeman), l’amico fraterno di Frankie, anche lui con una tragica storia alle spalle.
un sogno che diventa incubo e abbandona i suoi uomini in una disperazione senza scampo.di Benny Chan
con Jackie Chan, Nicholas Tse, Charlie Yeung, Charlene Choi
Hong Kong 2004
Ma chi l’ha detto che Jackie Chan si è rammollito? Ditemi voi se può definirsi rammollito un uomo che a cinquant’anni suonati si getta a capofitto da un grattacielo solo con una corda di bungee jumping o che si lancia sul tetto di un autobus senza conducente.
Anche Jackie doveva aver realizzato che a limitarlo non era il fattore età, ma il “fattore USA”, così ha pensato bene di far fagotto e abbandonare Hollywood per tornare alle origini. Si tratta, infatti, di ritorno alle origini in piena regola: precisamente alla saga di “Police Story” (la sua più fortunata e conosciuta, assieme a quella di “Drunken Master”).
Torna quindi l’ispettore Chan e questa volta deve fronteggiare (che ironia!) una banda di giovinastri maniaci del computer che svaligiano le principali banche di Hong Kong solo per puro divertimento.
Ma, naturalmente, dopo otto anni dall’ultimo episodio, è impossibile far finta che le cose non siano cambiate. Jackie lo capisce per primo e accetta con umiltà di farsi affiancare da un aiutante (il bravo Nicholas Tse, che assolve sia al ruolo di spalla comica che di patner nell’azione). Inoltre, gli scontri a fuoco si sostituiscono a quelli a mani nude (anche se è sbagliato dire “a mani nude”, perché Chan di solito utilizza qualsiasi arnese che gli capiti sotto tiro). Chi si aspetta i numeri di “giocoleria” cui il re del
coreographic kung fu ci ha sempre abituati rimarrà deluso (anche se il nostro si concede due scontri corpo a corpo, magnifici, soprattutto il secondo ambientato in un enorme negozio Lego). Chi si aspetta un action puro, sostenuto da una trama corposa e dotata d’interessanti picchi drammatici, invece apprezzerà.
Jackie per gran parte del film mette in secondo piano il “corpo” e riscopre le sue sopite qualità d’attore. Tratteggia con intensità la figura malinconica di un uomo sconfitto, vittima del dolore e dei sensi di colpa, caduto nel baratro dell’alcol, ma che trova la forza di riscattarsi (e non potrebbe essere altrimenti). Nel complesso un film molto cupo rispetto alle atmosfere clownesche e innocue di molta sua filmografia (l’agguato nel palazzo abbandonato è davvero tragico). Anche il rigoroso lieto fine è in qualche modo stemperato da una bellissima rivelazione finale che ci porta addirittura sulla strada del melò. Con una morale di fondo: stavolta a trionfare non è il più abile, ma chi è più dotato di “umanità”.
Visto che è meglio di qualunque cosa Jackie Chan abbia fatto in USA, ci si augura che la distribuzione italiana lo faccia uscire presto (anche solo nel mercato home video).
Dopo più di tre anni dal successo planetario “Shaolin Soccer”, torna in pompa magna Stephen Chow con la sua nuova creazione: “Kung Fu Hustle”, il film che in poco tempo ha stracciato tutti i record d’incasso in patria e che, tra sale e dvd, sta per essere distribuito in mezzo mondo (tranne che in Italia, ovviamente).
Oramai il nostro eroe procede veramente a briglia sciolta e osa di tutto. Può permettersi di autocitarsi, come nella scena in cui dei bambini gli chiedono di insegnargli a giocare a palla e lui risponde urlando: “Niente più calcio!” (tra l’altro, scelta ironicamente come primo teaser trailer quando tutti si aspettavano un seguito di “Shaolin Soccer”). E può anche permettersi di comparire solo per metà film, cedendo il posto ad altri co-potragonsiti.
La storia è ambientata nella metà degli anni ’30 (ad occhio e croce il 1935, visto che compare la locandina di “Cappello a cilindro”) e si svolge sullo sfondo di una guerra tra bande criminali. Tra queste primeggia l’“Axe Gang” (chiamata così perché i loro membri prediligono quest’arma) che vuole fare piazza pulita di tutti i vecchi maestri di kung fu. Nei primi minuti di film, che descrivono un regolamento di conti, sembra di assistere a una scena di “C’era una volta in America”, tanto scenografia e regia sono accurate. In effetti, l’impressione è che Stephen Chow voglia realizzare il suo personalissimo “Once upon a time in China” mescolando azione, risate e poesia (eh sì, perché la storia d’amore suggellata da un lecca-lecca è pura poesia). Chiariamo subito che non riesce nell’impresa, anche se questa sua prova da regista è semplicemente sbalorditiva: i movimenti di macchina nel quartiere di Pigsty Alley e le inquadrature durante i combattimenti rasentano la perfezione. 
In secondo luogo, c’è davvero un uso eccessivo della computer graphic, che finisce per diventare irritante (anche perché in alcuni casi sembra essere messo lì tanto per ostentare la ricchezza della produzione). Il risultato è che alcune sequenze assomigliano più a un cartoon che a un film vero e proprio (l’inseguimento tra il protagonista e l’affittuaria del quartiere è sullo stile Wile Coyote – Beep Beep). A volte anche i combattimenti risentano di quest’influsso “alla Matrix” (i membri dell’“Axe gang” che si accalcano contro il nemico sembrano tanti agenti Smith). Forse la colpa è anche del fatto che il film è stato prodotto assieme alla Columbia e i riferimenti ai blockbuster occidentali (oltre a “Matrix”, anche il “Signore degli anelli”, “Shining”, ecc.) sono stati probabilmente imposti per conformarsi a una platea di carattere internazionale.

Come al solito una vignetta di Vauro vale più di mille parole
Il video di Giuliana Sgrena mi ha davvero scosso, più di quelli di tutti gli altri sequestri, cui purtroppo dovremmo esserci abituati. Impossibile non piangere, davvero. Forse perché non stava leggendo un proclama: quelle parole, pur indotte e controllate dai rapitori, erano in qualche modo sue. Forse per quel continuo disperato invocare non il governo, ma i propri familiari, amici, il compagno.
In questi casi si vorrebbe fare qualcosa. Ma cosa? Un misero blog, conscio del fatto che non sarà certamente mai letto dai "Mujaheddin senza frontiere" cosa può fare più di esprimere la sua solidarietà e il suo dolore, più di lanciare - ahimé nel vuoto- l'appello "liberate Giuliana Sgrena!", più di invitare tutti a guardare le foto scattate da Giuliana durante i bombardamenti iracheni?
È veramente troppo poco.
di Satoshi Kon
sceneggiatura di Satoshi Kon e Keiko Nobumoto
Giappone 2003
Certo che le scelte delle case di distribuzione sono proprio strane. Perché questo cartone animato giapponese del 2003, una storia natalizia per eccellenza, viene abbandonato a sé stesso nel bel mezzo di un febbraio che pullula di blockbuster (“Alexander”, “The Aviator”, “Neverland”, ecc.)? È come una condanna a morte. Tanto più che questa deliziosa commedia avrebbe potuto rivaleggiare con i film di Natale della Pixar e della Dreamworks e avrebbe anche insegnato ai bambini qualcosina in più. La “Metacinema distribuzioni” è comunque da elogiare a priori, perché ha il coraggio di portare sullo schermo titoli estremamente interessanti (molti dei quali indipendenti o asiatici, come l’attesissimo “Steamboy”) che la maggior parte delle case snobbano.
Ma questa non è la classica favola piena zeppa di folletti, fatine, Santa Clause o Befane. L’unico angelo del film è un travestito ad una festa in maschera. Ci sono invece, immersi in una Tokyo coperta di neve, molti barboni, alcuni omosessuali, un boss della mafia, un killer sudamericano e una mamma che tenta il suicidio. Del resto non ci si poteva aspettare qualcosa di tradizionale e perbenista da Satoshi Kon, autore del thriller pieno di sesso e violenza “Perfect Blue”. Qui Kon è aiutato alla sceneggiatura da Keiko Nobumoto (talento eccezionale che ha collaborato ai famosissimi anime “Cowboy Bebop” e “Wolf’s Rain”).
La storia è ricalcata sul classico di John Ford “In nome di Dio” (il cui titolo originale è proprio “3 Godfathers”), in cui tre fuorilegge si prendono cura di un trovatello. Al posto dei banditi, qui troviamo tre senzatetto: il burbero Gin, che ha abbandonato moglie e figlia molti anni fa, la piccola Miyuki, scappata da casa per problemi familiari e l’eccentrico Hana, un transessuale che considera il bebè un miracolo divino orchestrato per renderlo mamma. I tre si imbattono nel frugoletto alla vigilia di Natale e si mettono alla ricerca della madre. La sensazione è di vedere una commedia di Frank Capra, solo un po’ più “trasgressiva” e adattata al caotico brulicare della Tokyo d’oggi. 
La vita di Howard Hughes è senza mezze misure: nel lampo di un flash si passa dalle vette del successo agli abissi della follia e i sogni si infrangono come vetro sotto i piedi. Un attimo prima un aeroplano può solcare la stratosfera e un attimo dopo può ritrovarsi schiantato al suolo. Come in tutti i grandi uomini che hanno fatto la storia, il genio convive con la sregolatezza e capita che intraprendenza e follia spesso si diano la mano. È così che Martin Scorsese ci restituisce sullo schermo il ritratto di questo magnate del cinema e dell’aviazione. Un ritratto che ha il piglio della tragedia greca, come è per tutti i grandi eroi scorsesiani, da Jake La Motta a Henry Hill. 