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Masters of Horror 1.02 – Dreams in the witch-house
Masters of Horror 1.03 – Dance of the dead
Masters of Horror 1.04 – Jenifer
Masters of horror 1.05 – Chocolate
Masters of horror 1.06 – Homecoming
Masters of horror 1.07 – Deer Woman
Masters of horror 1.08 – Cigarette Burns
Masters of horror 1.09 – The Fair-Haired Child
Masters of horror 1.10 – Sick girl
Masters of horror 1.11 – Pick me up
Masters of horror 1.12 – Haeckel’s Tale
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domenica, 27 febbraio 2005

Million Dollar Baby

di Clint Eastwood
con Clint Eastwood, Hilary Swank, Morgan Freeman
U.S.A. 2004

La locandina del filmIl rapporto che s’instaura tra allenatore e pugile è un po’ come quello tra padre e figlio. Il problema è che bisogna muoversi sempre sul filo di un complicato equilibrio. Da una parte il padre/allenatore deve proteggere la propria “bambina”, per evitare che si scontri troppo presto con gli ostacoli della vita. Dall’altra, va lasciata libera di esprimersi da sola, per far sì che le sue doti si valorizzino al meglio. Ma il peso soffocante della responsabilità è sempre pronto a farsi sentire. E allora si capisce che “Million Dollar Baby” non è un film sulla boxe o, meglio, non è solo un film sulla boxe, ma molto di più.
“Million Dollar Baby” è la storia di due anime perse, che non hanno mai avuto niente dalla vita e sono state abbandonate anche dalle rispettive famiglie. C’è il nonnetto Frankie, (incarnato da un eccezionale Clint Eastwwod, sul cui volto scavato e tagliente sembra che ogni ferita abbia lasciato il segno), che continua imperterrito a fare l’allenatore e a sperare di vincere finalmente un titolo. E c’è una ragazza, Maggie (modellata sul corpo di Hilary Swank che pare uno scricciolo indifeso) fragile, ma con la grinta di chi vuole riscattarsi da un’esistenza d’inferno. Questa coppia improponibile, due loser che il mondo rifiuta, formeranno una famiglia “vicaria”, unita più nel dolore che nella felicità, come tutte le famiglie.
Quella faccia di bronzo di ClintAncora una volta, come tutti i grandi film di Eastwood (“Mystic River”, “Un mondo perfetto”, “Gli spietati”), i protagonisti sono eroi ai margini della società, la cui epopea non può che essere narrata da uno Scrap-Iron, un “rottame” appunto, come viene soprannominato Eddy (Morgan Freeman), l’amico fraterno di Frankie, anche lui con una tragica storia alle spalle.
“Million Dollar Baby” comincia come un “Rocky” qualsiasi: il duro allenamento, la lunga escalation di successi prima di arrivare al match decisivo. La metafora del “sogno americano”, insomma. Ma, a un certo punto, accade qualcosa. Un evento improvviso, un tiro sadico del destino e la storia prende una piega completamente diversa. Sarebbe un delitto rivelare anche un solo altro piccolo particolare della trama (e poi Clint non vuole, e io non intendo certo contrariarlo). Quello descritto da Eastwood è l’unico american dream oggi possibile, la brava Hilary Swank (chissa se vince l'Oscar)un sogno che diventa incubo e abbandona i suoi uomini in una disperazione senza scampo.
Colpisce duro “Million Dollar Baby”. Assesta allo spettatore un fuoco di fila di pugni diretti al cuore, lo mette alle corde senza tregua e, con un finale per niente conciliatorio che è un vero knockout, lo manda al tappeto senza fiato.
Eastwood, l’ultimo depositario della tradizione classica di Hollywood, dirige senza una sbavatura, rifiuta i virtuosismi, evita accuratamente di cedere al patetismo e ci regala un’opera (la sua migliore, in assoluto) che ha la forza e la vigoria straordinaria di un racconto letterario.
Mentre scrivo non so se questo film vincerà l’Oscar (Eastwood è già stato premiato per “Gli spietati”, mentre Scorsese è giusto che abbia finalmente un riconoscimento dopo anni e anni di snobismo dell’Academy), ma sicuramente è il più bello, intenso, pulsante d’emozioni tra tutti quelli in nomination.
Come può un film sulla boxe essere delicato, tenero, commovente fino alle lacrime? Guardate “Million Dollar Baby” e lo saprete.
Voto:
criticato da: rob81 alle ore 20:06 | link | commenti (18) |

categorie:
martedì, 22 febbraio 2005

New Police Story

di Benny Chan
con Jackie Chan, Nicholas Tse, Charlie Yeung, Charlene Choi
Hong Kong 2004

 

Ma chi l’ha detto che Jackie Chan si è rammollito? Ditemi voi se può definirsi rammollito un uomo che a cinquant’anni suonati si getta a capofitto da un grattacielo solo con una corda di bungee jumping o che si lancia sul tetto di un autobus senza conducente. La disperata scena dell'esplosioneAnche Jackie doveva aver realizzato che a limitarlo non era il fattore età, ma il “fattore USA”, così ha pensato bene di far fagotto e abbandonare Hollywood per tornare alle origini. Si tratta, infatti, di ritorno alle origini in piena regola: precisamente alla saga di “Police Story” (la sua più fortunata e conosciuta, assieme a quella di “Drunken Master”).  

Torna quindi l’ispettore Chan e questa volta deve fronteggiare (che ironia!) una banda di giovinastri maniaci del computer che svaligiano le principali banche di Hong Kong solo per puro divertimento.

Ma, naturalmente, dopo otto anni dall’ultimo episodio, è impossibile far finta che le cose non siano cambiate. Jackie lo capisce per primo e accetta con umiltà di farsi affiancare da un aiutante (il bravo Nicholas Tse, che assolve sia al ruolo di spalla comica che di patner nell’azione). Inoltre, gli scontri a fuoco si sostituiscono a quelli a mani nude (anche se è sbagliato dire “a mani nude”, perché Chan di solito utilizza qualsiasi arnese che gli capiti sotto tiro). Chi si aspetta i numeri di “giocoleria” cui il re del Nicholas Tse, Charlene Choi e Jackie Chancoreographic kung fu ci ha sempre abituati rimarrà deluso (anche se il nostro si concede due scontri corpo a corpo, magnifici, soprattutto il secondo ambientato in un enorme negozio Lego). Chi si aspetta un action puro, sostenuto da una trama corposa e dotata d’interessanti picchi drammatici, invece apprezzerà.

Jackie per gran parte del film mette in secondo piano il “corpo” e riscopre le sue sopite qualità d’attore. Tratteggia con intensità la figura malinconica di un uomo sconfitto, vittima del dolore e dei sensi di colpa, caduto nel baratro dell’alcol, ma che trova la forza di riscattarsi (e non potrebbe essere altrimenti). Nel complesso un film molto cupo rispetto alle atmosfere clownesche e innocue di molta sua filmografia (l’agguato nel palazzo abbandonato è davvero tragico). Anche il rigoroso lieto fine è in qualche modo stemperato da una bellissima rivelazione finale che ci porta addirittura sulla strada del melò. Con una morale di fondo: stavolta a trionfare non è il più abile, ma chi è più dotato di “umanità”.

Visto che è meglio di qualunque cosa Jackie Chan abbia fatto in USA, ci si augura che la distribuzione italiana lo faccia uscire presto (anche solo nel mercato home video).

criticato da: rob81 alle ore 11:51 | link | commenti (30) |

categorie: prima visione, jackie chan
sabato, 19 febbraio 2005

Kung Fu Hustle

di Stephen Chow
con Stephen Chow, Chi Chung Lam, Kwok Kuen Chan, Dong Zhi Hua, Yuen Qiu
Hong Kong / Cina 2004
 
La locandina del filmDopo più di tre anni dal successo planetario “Shaolin Soccer”, torna in pompa magna Stephen Chow con la sua nuova creazione: “Kung Fu Hustle”, il film che in poco tempo ha stracciato tutti i record d’incasso in patria e che, tra sale e dvd, sta per essere distribuito in mezzo mondo (tranne che in Italia, ovviamente).
Fin dal titolo (in originale semplicemente “Gong Fu”) è subito chiaro che questa volta il più grande genio comico di Hong Kong si getta a capofitto nel genere di arti marziali. Non ne esce però fuori una parodia in senso stretto (come era accaduto con “From Beijing with Love” per il genere spionistico) ma piuttosto un ibrido, in cui gli irresistibili siparietti comici dell’attore-regista (qui affiancato da un’ottima spalla: il corpulento Chi Chung Lam che era già nella squadra di “Shaolin Soccer”) si alternano a una trama degna del più classico film di kung fu, con tanto di combattimenti mozzafiato, che spesso e volentieri indugiano sul sangue e sulla violenza estrema (immagino che in Usa sarà censuratissimo).  
“Kung Fu Hustle” continua sulla stessa fortunata strada inaugurata dal film sui monaci calciatori: Chow prende di nuovo le redini della regia e si avvale di un budget ancora più faraonico, tanto per la realizzazione dei set quanto per la messa appunto di effetti speciali digitali. Stephen Chow e Chi Chung Lam Oramai il nostro eroe procede veramente a briglia sciolta e osa di tutto. Può permettersi di autocitarsi, come nella scena in cui dei bambini gli chiedono di insegnargli a giocare a palla e lui risponde urlando: “Niente più calcio!” (tra l’altro, scelta ironicamente come primo teaser trailer quando tutti si aspettavano un seguito di “Shaolin Soccer”). E può anche permettersi di comparire solo per metà film, cedendo il posto ad altri co-potragonsiti.
Come accade sempre quando si autodirige, il grande comico porta ai massimi livelli il nonsense e il surreale, e partorisce trovate a dir poco visionarie (le abilità possedute dai campioni di kung fu sembrano uscite da un fumetto).
Anche la morale di fondo è quella che contraddistingue da sempre tutta la poetica dell’artista: gli eroi sono gli umili, uomini del popolo che vivono ai margini, ma che alla fine si riscatteranno. Persino l’astuzia e la truffaldineria del protagonista (che millanta doti da super lottatore) non sono condannate, ma giustificate piuttosto come un espediente da trickster per sopravivere. Se la metafora del bruco che si tramuta in farfalla è sin troppo evidente, non bisogna dimenticare che il finale sancisce l’esaltazione di una vita normale e modesta.
una scena di combattimentoLa storia è ambientata nella metà degli anni ’30 (ad occhio e croce il 1935, visto che compare la locandina di “Cappello a cilindro”) e si svolge sullo sfondo di una guerra tra bande criminali. Tra queste primeggia l’“Axe Gang” (chiamata così perché i loro membri prediligono quest’arma) che vuole fare piazza pulita di tutti i vecchi maestri di kung fu. Nei primi minuti di film, che descrivono un regolamento di conti, sembra di assistere a una scena di “C’era una volta in America”, tanto scenografia e regia sono accurate. In effetti, l’impressione è che Stephen Chow voglia realizzare il suo personalissimo “Once upon a time in China” mescolando azione, risate e poesia (eh sì, perché la storia d’amore suggellata da un lecca-lecca è pura poesia). Chiariamo subito che non riesce nell’impresa, anche se questa sua prova da regista è semplicemente sbalorditiva: i movimenti di macchina nel quartiere di Pigsty Alley e le inquadrature durante i combattimenti rasentano la perfezione. La strambissima affittuaria di Pigsty Alley
“Kung Fu Hustle” però di punti deboli ne ha, eccome. Innanzitutto l’intreccio è poco consistente e sfilacciato: se Chow aveva la pretesa di realizzare un grande kolossal sull’epoca dei gangster avrebbe potuto curare meglio quest’aspetto, che invece si riduce solo a un pretesto per collegare sketch e duelli. Al confronto “Shaolin Soccer” aveva un plot più banale, ma più organico e coerente nella struttura.
L' Axe GangIn secondo luogo, c’è davvero un uso eccessivo della computer graphic, che finisce per diventare irritante (anche perché in alcuni casi sembra essere messo lì tanto per ostentare la ricchezza della produzione). Il risultato è che alcune sequenze assomigliano più a un cartoon che a un film vero e proprio (l’inseguimento tra il protagonista e l’affittuaria del quartiere è sullo stile Wile Coyote – Beep Beep). A volte anche i combattimenti risentano di quest’influsso “alla Matrix” (i membri dell’“Axe gang” che si accalcano contro il nemico sembrano tanti agenti Smith). Forse la colpa è anche del fatto che il film è stato prodotto assieme alla Columbia e i riferimenti ai blockbuster occidentali (oltre a “Matrix”, anche il “Signore degli anelli”, “Shining”, ecc.) sono stati probabilmente imposti per conformarsi a una platea di carattere internazionale.

Voto:
criticato da: rob81 alle ore 15:51 | link | commenti (21) |

categorie: prima visione, stephen chow
giovedì, 17 febbraio 2005

Sono le cose che ha sempre detto brutte teste di cazzo!

Come al solito una vignetta di Vauro vale più di mille parole

Il video di Giuliana Sgrena mi ha davvero scosso, più di quelli di tutti gli altri sequestri, cui purtroppo dovremmo esserci abituati. Impossibile non piangere, davvero. Forse perché non stava leggendo un proclama: quelle parole, pur indotte e controllate dai rapitori, erano in qualche modo sue. Forse per quel continuo disperato invocare non il governo, ma i propri familiari, amici, il compagno.

In questi casi si vorrebbe fare qualcosa.  Ma cosa? Un misero blog, conscio del fatto che non sarà certamente mai  letto dai "Mujaheddin senza frontiere" cosa può fare più di esprimere la sua solidarietà e il suo dolore, più di lanciare - ahimé nel vuoto-  l'appello "liberate Giuliana Sgrena!", più di invitare tutti a guardare le foto scattate da Giuliana durante i bombardamenti iracheni?

È veramente troppo poco.

criticato da: rob81 alle ore 13:09 | link | commenti (9) |

categorie: altro
venerdì, 11 febbraio 2005

Tokyo Godfathers

di Satoshi Kon
sceneggiatura di Satoshi Kon e Keiko Nobumoto
Giappone 2003
 

La locandina del filmCerto che le scelte delle case di distribuzione sono proprio strane. Perché questo cartone animato giapponese del 2003, una storia natalizia per eccellenza, viene abbandonato a sé stesso nel bel mezzo di un febbraio che pullula di blockbuster (“Alexander”, “The Aviator”, “Neverland”, ecc.)? È come una condanna a morte. Tanto più che questa deliziosa commedia avrebbe potuto rivaleggiare con i film di Natale della Pixar e della Dreamworks e avrebbe anche insegnato ai bambini qualcosina in più. La “Metacinema distribuzioni” è comunque da elogiare a priori, perché ha il coraggio di portare sullo schermo titoli estremamente interessanti (molti dei quali indipendenti o asiatici, come l’attesissimo “Steamboy”) che la maggior parte delle case snobbano. 
Tornando al film, ci troviamo di fronte, dunque, a una fiaba di Natale. I protagonisti del cartoneMa questa non è la classica favola piena zeppa di folletti, fatine, Santa Clause o Befane. L’unico angelo del film è un travestito ad una festa in maschera. Ci sono invece, immersi in una Tokyo coperta di neve, molti barboni, alcuni omosessuali, un boss della mafia, un killer sudamericano e una mamma che tenta il suicidio. Del resto non ci si poteva aspettare qualcosa di tradizionale e perbenista da Satoshi Kon, autore del thriller pieno di sesso e violenza “Perfect Blue”. Qui Kon è aiutato alla sceneggiatura da Keiko Nobumoto (talento eccezionale che ha collaborato ai famosissimi anime “Cowboy Bebop” e “Wolf’s Rain”). 
Una scena del filmLa storia è ricalcata sul classico di John Ford “In nome di Dio” (il cui titolo originale è proprio “3 Godfathers”), in cui tre fuorilegge si prendono cura di un trovatello. Al posto dei banditi, qui troviamo tre senzatetto: il burbero Gin, che ha abbandonato moglie e figlia molti anni fa, la piccola Miyuki, scappata da casa per problemi familiari e l’eccentrico Hana, un transessuale che considera il bebè un miracolo divino orchestrato per renderlo mamma. I tre si imbattono nel frugoletto alla vigilia di Natale e si mettono alla ricerca della madre. La sensazione è di vedere una commedia di Frank Capra, solo un po’ più “trasgressiva” e adattata al caotico brulicare della Tokyo d’oggi.  
L’opera di Kon non si ferma alla semplice esaltazione del filantropismo o alla speranza in un destino benevolo. Grattando la superficie, si notano i segni di un preoccupante disagio sociale. Non solo il fenomeno dei senzatetto, che ha raggiunto livelli di guardia in Giappone (drammatica la scena in cui una banda di ragazzacci “pesta” Gin e un vecchio vagabondo, che perde la vita). Ma in generale, emerge la denuncia a una società che abbandona al proprio destino i più poveri, deboli e indifesi (molto chiara l’accusa alla mancanza di un sistema di assistenza sanitario).
Esteticamente parlando “Tokyo Godfathers” è una gioia per gli occhi. Il disegno (è lo stesso Kon a fare da character designer assieme a Kenichi Konishi) è impeccabile e attento ai minimi dettagli, mentre lo stile e i colori hanno un’impronta assai realistica, quasi fotografica, perfettamente adatta a descrivere il caos di Tokyo, i suoi grattacieli, la folla per le strade e sui tram, le mille luci delle insegne. Sarò tradizionalista, ma il fascino dell’animazione bidimensionale rimane ancora ineguagliabile.
Voto:
criticato da: rob81 alle ore 14:13 | link | commenti (37) |

categorie: prima visione
domenica, 06 febbraio 2005

The Aviator

di Martin Scorsese
con Leonardo DiCaprio, Cate Blanchett, Kate Beckinsale, John C. Reilly, Alec Baldwin, Ian Holm
U.S.A. / Giappone / Germania 2004 
La locandina del filmLa vita di Howard Hughes è senza mezze misure: nel lampo di un flash si passa dalle vette del successo agli abissi della follia e i sogni si infrangono come vetro sotto i piedi. Un attimo prima un aeroplano può solcare la stratosfera e un attimo dopo può ritrovarsi schiantato al suolo. Come in tutti i grandi uomini che hanno fatto la storia, il genio convive con la sregolatezza e capita che intraprendenza e follia spesso si diano la mano. È così che Martin Scorsese ci restituisce sullo schermo il ritratto di questo magnate del cinema e dell’aviazione. Un ritratto che ha il piglio della tragedia greca, come è per tutti i grandi eroi scorsesiani, da Jake La Motta a Henry Hill.
 “The Aviator” però non è solo il sogno di un uomo, è il sogno di un’epoca intera. Il film copre vent’anni di storia americana (dal 1927 al 1947), vent’anni di scoperte e di successi, ma anche di guerra e decadimento politico e morale.
In quei vent’anni l’industria di Hollywood usciva dal pionierismo ed entrava nel suo periodo di massimo fulgore, quello dei grandi studios e delle mitiche “divine” (molte delle quali, tra cui Ava Gardner e Jean Harlow, conquistate dal carisma di Hughes). “The Aviator” è dunque, ancora, un omaggio appassionato al cinema classico americano, passaggio chiave di tutta la poetica di Scorsese, oggetto anche dell’accurato documentario del 1995 “Viaggio nel cinema americano”. DiCaprio e la Blanchett
E Scorsese, proprio applicando i modelli classici e riprendendo gli stili che hanno segnato le diverse epoche, riesce a realizzare una grande epopea, un’opera solidissima, impeccabile e affascinante, ricca di scene dall’enorme impatto visivo ed emotivo (una per tutte, il tragico volo dell’“XF-11” sulle note della “Toccata e Fuga” di J. S. Bach). Com’è stato già detto da molti, dietro ogni inquadratura di “The Aviator” si cela l’ombra scomoda di “Quarto potere”. Fare paragoni con la pietra miliare per eccellenza della storia del cinema è ingiusto. Si può solo dire che siamo di fronte a un ottimo film (che, è quasi sicuro, vincerà la maggior parte delle undici statuette alle quali è candidato, tra cui quella di miglior scenografia per Dante Ferretti). A causa di qualche difetto (è un po’ troppo lungo, soprattutto le scene giudiziarie nella parte finale sono prive di tensione) non raggiunge i livelli e il fascino dei grandi capolavori scorsesiani, ma poco ci manca.
Merito anche delle ottime prove di tutto il numerosissimo cast (che annovera anche i cammei di Jude Law, Gwen Stefani, William Dafoe). Un maturo Leonardo DiCaprio è qui probabilmente al suo ruolo migliore (ne è passata di acqua sotto i ponti dal “Titanic”…). Da applauso anche Cate Blanchett, che si cimenta nell’impresa quasi impossibile di impersonare Katharine Hepburn uscendone vittoriosa.  
    
 Voto: 
criticato da: rob81 alle ore 18:05 | link | commenti (43) |

categorie: prima visione