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lunedì, 31 gennaio 2005

Storia di fantasmi cinesi II

di Siu-Tung Ching
con Leslie Cheung, Jackie Cheung, Joey Wong, Micelle Reis, Ma Wu
Hong Kong 1990

Il guerriero dalle cinque lameQuesto secondo capitolo della più famosa saga fantastica ambientata nella Cina medievale delle leggende spinge molto di più sul pedale del gore (basta pensare  all’incipit in cui compaiono dei ristoratori cannibali che si avventano sui poveri clienti per farne spezzatino), senza però perdere di vista il vecchio spirito propriamente avventuroso-fantasy, venato da elementi romantici e da simpatici siparietti comici (regalati soprattutto dal divertente monaco impersonato da Jackie Cheung). Rispetto al primo episodio l’atmosfera è più cialtronesca, c’è troppa carne al fuoco e la trama risulta più caotica e confusionaria. Alcune invenzioni però hanno quasi del visionario (o meglio, sembrano uscite da un manga) e sono riuscitissime (la corsa sottoterra, ad esempio, o il generale che lotta con cinque spade). Molte sono le strizzate d’occhio ai blockbuster americani dell’epoca (quando i nostri eroi cavalcano le spade volanti come farebbe Marty McFly col suo skate e quando rimangono aggrappati al mostraccio finale come fosse il Falcor de “La storia infinita”). Bisogna prenderlo per quello che è: un ottimo prodotto di puro intrattenimento.   
La solita nota di demerito va al doppiaggio italiano: orribile sia la recitazione dei doppiatori (come in quasi tutti i film di Hong Kong), sia l’adattamento (basti dire solamente che hanno tradotto le formule rituali taoiste con “Hocus Pocus” e “Abracadabra”).
criticato da: rob81 alle ore 16:34 | link | commenti (22) |

categorie: altre visioni

Il circolo della fortuna e della felicità

di Wayne Wang
con Kieu Chinh, Tsai Chin, France Nuyen, Lauren Tom, Lisa Lu, Ming-Na
USA 1993
 
La locandina del filmUn affresco minimalista. Affresco perché attraversa tre generazioni della Cina del Novecento, dalle pratiche secolari (matrimoni combinati, concubinaggio, infanticidio) ancora radicate nel tessuto sociale, fino alle difficoltà della nuova vita negli Stati Uniti. Minimalista perché l’ottica si restringe su un punto di vista particolare, quello della condizione della donna. Una condizione che, nonostante le differenze tra i due continenti e tra le diverse epoche sembra mantenere parecchi punti di contatto, o addirittura riproporsi in maniera circolare. Le vite di queste quattro madri e quattro figlie, che formano un gruppo a metà tra un piccolo clan e una famiglia allargata, sono unite, infatti, da un unico filo rosso, che è quello del dolore e dell’accettazione del dolore in silenzio (in questo senso il titolo è tristemente ironico). Fin qui la storia, senz’altro interessante (tratta peraltro dal romanzo omonimo).
La regia abbastanza convenzionale è invece meno convincente, ma comunque abile nell’alternare la trama principale con i continui flashback di ognuna delle amiche (è tuttavia necessario un minimo di concentrazione, altrimenti c’è il rischio di perdersi). L’impianto narrativo è solido e i 135 minuti finiscono per non pesare. Qua e là si calca un po’ troppo su un sentimentalismo stucchevole (troppi dolly, troppa musica enfatica, alcuni dialoghi ampollosetti). Ci sono però anche scene intense, dove è impossibile non commuoversi. Nel complesso è un buon film, che dimostra un certo impegno nell’affrontare tematiche su cui è doveroso fare luce.
Impressionante il cast, che riunisce in pratica tre generazioni di attori sinoamericani.
criticato da: rob81 alle ore 16:28 | link | commenti (3) |

categorie: altre visioni
venerdì, 28 gennaio 2005

Il pianista

di Roman Polanski
con Adrien Brody, Ed Stoppard, Emilia Fox, Thomas Kretschmann 
Francia/Gran Bretagna 2002 
Una scena del filmOdissea così tragica da sembrare quasi surreale, un girone demoniaco partorito da una mente sadica. Il campo lungo del pianista Szpilman che si trascina confuso tra le mura del ghetto fantasma, tra i resti di Varsavia dilaniata dalle bombe, ha l’inquietudine estraniante di un film di fantascienza, un “ultimo uomo rimasto sulla terra”. Eppure, e qui sta il prodigio, nonostante tutto si rimane ancorati alla realtà storica (a ricordarci che tutto questo è successo veramente), con il suo insistere sui gesti più quotidiani, più banali, quelli che garantiscono la nostra sopravvivenza (anche quando non ci pensiamo). Una cronaca lucida di sei anni di morte, violenze, abusi, privazioni, terrore costante (bastano piccoli particolari, magari di sfondo per fotografare un’epoca). Così lucida e spietata da non concedere nulla al patetismo o allo shock fine a se stesso. Colpisce al cuore, non allo stomaco.  E regala scene d’autentica commozione (il pianista che suona senza toccare i tasti per non essere scoperto è già diventato un cult). Per una volta un plauso al nostro servizio pubblico.
Dedicato a chi pensa che dopo "Shinlder’s List" sia stato già detto tutto sull’argomento.
criticato da: rob81 alle ore 13:51 | link | commenti (24) |

categorie: altre visioni
martedì, 25 gennaio 2005

My wife is a gangster

di Jin-gyu Cho
con Eun-Kyung Sin, Sang-Mieon Park
Corea del Sud, 2001

Eun-Kyung SinDavvero divertente questo “My wife is a gangster”, pur trattandosi di un film d’intento dichiaratamente commerciale (campione d’incassi nel 2001, ha dato origine a un inevitabile sequel nel 2003, ed è attualmente in lavorazione un terzo capitolo, ambientato in Cina, che annovera addirittura la partecipazione di Zhang Ziyi). Ci troviamo di fronte a un tipico mix di stili e generi in salsa coreana. Dopo il prologo (un bel combattimento sotto la pioggia), si introduce subito il tema principale: una commedia matrimoniale degli equivoci che gioca principalmente sul ribaltamento degli stereotipi sessuali (tema ricorrente nella tradizione asiatica) e che può contare sulle ottime interpretazioni dei protagonisti. Dalla commedia si passa facilmente al comico puro allorché si insinuano nella trama una serie di gag e scenette (alcune sempliciotte e infantili, altre assolutamente irresistibili, una su tutte il disperato tentativo di rianimazione del gatto del boss rivale). Tutto sembra scorrere leggero fin quando non si verifica un’improvvisa svolta drammatica, che condurrà a un regolamento di conti tipico del gangester movie. cat reanimation!Siamo ben lontani dal lieto fine cui le commedie americane ci hanno abituato.    

Mentre guardavo il film non potevo fare a meno di pensare a come ogni scena si sarebbe potuta stravolgere per trasformarla in un remake a stelle e strisce. Il soggetto è facilmente saccheggiabile quasi nella sua totalità (non c’è neanche bisogno di modificare il titolo): basta togliere ogni riferimento alla cultura d’origine e edulcorare il tutto (meno azione, niente sangue, un bell’epilogo felice e conciliatorio). In effetti, a quanto pare, gli ammeregani avevano messo in moto il progetto, maturando anche la brillante intuizione di assegnare a Queen Latifah la parte della protagonista (non riesco a immaginare un’attrice più distante dall’eleganza di Eun-Kyung Sin). Fortuna che hanno lasciato perdere…

criticato da: rob81 alle ore 18:55 | link | commenti (17) |

categorie: altre visioni
sabato, 22 gennaio 2005

L’ombra del vampiro

di E. Elias Merhige
con John Malkovich, Willem Dafoe, Catherine McCormack
Gran Bretagna, USA, Lussemburgo 2000

Malkovich e Dafoe, ovvero Murnau e SchreckPer me, rapito dalle atmosfere crepuscolari e chiaroscurali del “Nosferatu” di Murnau e altrettanto incantato dal prodigioso rifacimento di Herzog, vedere “L’ombra del vampiro” era quasi un obbligo. E poi, a impersonare rispettivamente Murnau e Schreck erano due “mostri” come John Malkovich e Willem Dafoe. A dire il vero, mi aveva spaventato quel minaccioso pollice verso di FilmTv, accompagnato dalla lapidaria sentenza: “didascalico, verbosissimo, inutilmente lento, il film butta al vento una bella occasione”; ma la curiosità è stata più forte e devo dire che non me ne sono pentito.  Sì, è vero, i difetti ci sono: il film è effettivamente troppo lento e soprattutto molto pretenzioso, quasi che il vero intento del regista E. Elias Merhige (un illustre sconosciuto, almeno per me) fosse piuttosto di realizzare un saggio sul cinema (e da qui i lunghi monologhi di Murnau sull’essenza della settima arte, sulla poetica del “vero”, ecc.). Però, da questa assurda mescolanza tra taglio documentaristico (la ricostruzione attenta, accompagnata di quando in quando dalle immagini originali, della realizzazione) e inaspettata piega horror (Max Schreck era un vero vampiro! Come altrimenti spiegare la sua sovrannaturale capacità di immedesimazione?) scaturisce un’atmosfera che riesce a omaggiare degnamente il film più spaventoso di tutta l’epoca del muto. Sarà forse la bellezza dei luoghi naturali, o più probabilmente, il fascino dei due attori protagonisti, calati nella parte come se fossero davvero nella compagnia di Stanislavskij. Dafoe in particolare, pur non toccando le irraggiungibili vette di uno Schreck, ma nemmeno di un Klaus Kinski, è comunque eccezionale. 
criticato da: rob81 alle ore 12:54 | link | commenti (28) |

categorie: altre visioni
mercoledì, 19 gennaio 2005

My Hero

di Ka-Yan Leung
con Stephen Chow, Wilson Lam, Ann Bridgewater, Fui-On Shing
Hong Kong 1990
 
Curioso ibrido, non molto riuscito, tra gli action alla John Woo e la commedia, interpretato da Stephen Chow (per chi non lo sapesse, il più acclamato attore comico di Hong Kong, quello di “Shaolin Soccer” per capirci).
Sing (Chow) è un ragazzotto un po’ impacciato, che divide il proprio tempo tra il lavoro di cameriere e la lettura appassionata di manga. Per una serie di circostanze fortuite si ritrova assoldato da un clan mafioso che traffica in droga e per una serie di situazioni ancora più rocambolesche riesce a uccidere il boss rivale, diventando l’eroe che aveva sempre sognato essere.Chow che imita Chow Yun-Fat!
La gangster story ha nel maestro Woo un modello più che dichiarato, tanto nello stile (l’abbondante ricorso al ralenty), quando nel plot (l’amicizia-triangolo tra Sing, Chun e Ann), ma Ka-Yan Leung è solo un mestierante e (è superfluo aggiungerlo) qualunque paragone è fuori luogo. La regia è decisamente artigianale (e questo di per sé non è un male) ed eccede spesso in leziosi particolari espressionistici - tipo la morte di un boss in parallelo con il rotolare di una tazzina in terra - (è questo è un male, secondo me).
Le parti comiche in realtà si riducono a poche gag iniziali che poi si diradano col procedere della storia, e lasciano il posto a un finale drammatico. Molti sketch sono di una semplicità imbarazzante (e, oltretutto, si concludono con da un fastidiosissimo stacchetto musicale da cartoon). Ma Chow è sempre il solito vulcano in eruzione, magicamente capace di far scintille sia nella comicità verbale (la sua celebre parlantina torrenziale, detta moleitau), sia in quella più propriamente fisico-mimica.
Se la commistione di generi è il pilastro della cinematografia di Hong Kong, allora questo “My Hero”, per distinguersi veramente, avrebbe dovuto spingersi molto di più sul versante della parodia, che invece rimane solo accennata.
L’unica scena veramente da ricordare è il primo incontro di Sing con i ragazzi della banda. Per sembrare un vero gangster, si agghinda con cura seguendo gli stereotipi appresi dai fumetti (e dai film). È l'occasione per esibirsi in una deliziosa imitazione di Chow Yun-Fat (più volte citato nel corso del film), con tanto di stuzzicadenti alla Mark di “A Better Tomorrow”!!!
criticato da: rob81 alle ore 13:32 | link | commenti (16) |

categorie: altre visioni, stephen chow
sabato, 15 gennaio 2005

The Grudge (Ju On)

di Takashi Shimizu
con Sarah Michelle Gellar, Bill Pullman, Jason Behr, Ryo Ishibashi
USA 2004

Sulla scia di “The Ring”, ecco la ricetta per realizzare un altro remake di successo. Si prende un horror nipponico diventato fenomeno di culto in patria, Una scena del filmsi modifica la trama quel tanto che basta per far sì che i protagonisti siano occidentali (i giapponesi, si sa, sono tutti uguali, e poi hanno quei nomi così complicati: si fa troppa fatica a seguire il film), si aggiunge qualche tocco di computer graphic, anche dove non ce ne sarebbe assolutamente bisogno (tanto per sciorinare l’alto budget speso), si assolda una star di successo a fare da contorno. E poi, soprattutto, si semplifica, si chiarificano tutti gli snodi della trama. In soldoni, questo è “The Grudge”, rifacimento di “Ju On” (2003), cui ha rimesso mano lo stesso regista Takashi Shimizu, fortemente voluto da Sam Raimi (che di case infestate se ne intende).
Francamente sfugge il senso di questa operazione (a parte il motivo commerciale, ovviamente): siamo di fronte a un vero e proprio “film fotocopia” in cui la quasi totalità delle scene sono identiche alla versione originale (e, per questo, non ce la si può prendere certo con Shimizu, che ha colto l’occasione di un facile guadagno per lui e per la sua troupe, sfruttando questa bizzarra pratica occidentale dei remake). A mutare è un unico elemento della storia: questa volta le vittime della “maledizione del rancore”, originata da un’abitazione in cui fu commesso un atroce delitto, sono degli americani. Si tratta dei Williams, tranquilla famiglia trasferitasi per lavoro, e di Karen Davies (Sarah Michelle Gellar), studentessa universitaria in trasferta che presta assistenza sociale all’anziana Williams. Questo peraltro diventa il pretesto per mostrare tutta una serie di stereotipi triti e ritriti legati alla presunta astrusità della cultura giapponese, dipinta come “un mondo alieno” in cui è impossibile orientarsi (Karen ha problemi con la lingua, fatica a barcamenarsi nella metropolitana, si perde facilmente per strada). Sarah Michelle Gellar
In realtà, non solo questo film non aggiunge nulla a “Ju On”, ma, addirittura, toglie molto in termini di tensione. Il miglior pregio dell’originale, infatti, era quello di essere circondato da un alone di vaghezza, che procurava allo spettatore una sensazione di straniamento e inquietudine. Qui, invece, viene tutto semplificato (tant’è che si parla di “The Grudge” come di un “Ju On for Dummies”), sono tagliati alcuni episodi più distanti dalla trama centrale (come quello delle studentesse liceali) e si inserisce anche un piccolo accenno di storia d’amore (inevitabile). Ma, quel che è peggio, l’antefatto che dà origine alla maledizione viene spiegato per filo e per segno: si svapora così tutto il fascino e il mistero che contraddistingueva il finale di “Ju On”.
Insomma, come è facile intuire, il consiglio è di lasciar perdere questo film e di orientarsi piuttosto sul vero “Ju On” (disponibile in videoteca), magari augurandosi che in occidente in futuro distribuiscano direttamente i film originali.
La cosa meno deprecabile del film risulta alla fine essere proprio la “Miss Ammazzavampiri” Sarah Michelle Gellar, scritturata evidentemente col proposito di richiamare al cinema il classico pubblico di teenager appassionati d’orrore. Non sarà eccezionale, però se la cava più che discretamente, e si dimostra particolarmente adatta per questo tipo di ruoli. In confronto a Bill Pullman, poi, fa un figurone.

 Voto: 

criticato da: rob81 alle ore 18:41 | link | commenti (39) |

categorie: prima visione
giovedì, 13 gennaio 2005

Ju On (The Grudge)

di Takashi Schimizu
con Megumi Okina, Kanji Tsuda, Takako Fuji
Giappone 2003

La locandina del film Attenzione, non sto parlando dell’americano “The Grudge” appena uscito nelle sale, ma dell’originale giapponese “Ju On”, diretto da Schimizu nel 2003 (e a sua volta basato su due film, sempre dello stesso regista, realizzati per il mercato home video nel 2000).
Chi ha visto qualche altro horror nipponico, come “Ringu”, “Dark Water” o “The Eye”, non farà fatica a rintracciare tutte le convenzioni del genere. L’iconografia è la stessa: esseri dal volto cadaverico, ricoperto spesso e volentieri da lunghi e scompigliati capelli neri. Probabilmente la spiegazione è da rinvenire nella tradizione giapponese, foriera di un ricco corpus mitologico a base di demoni (gli “oni”), fantasmi e spiritelli (chi ha visto almeno qualche puntata di “Inuyasha”, un’idea se la sarà fatta). Lo spettro che più volte nel corso del film assume le sembianze di gatto nero, ad esempio, è un episodio che ricorre spesso nelle leggende del Sol Levante (senza bisogno di scomodare Poe).  I riferimenti a Ringu, poi, sono evidenti in alcune sequenze, ormai diventate canoniche (il telefono, o il cellulare, che squilla improvvisamente; le interferenze nella televisione).
La regia di Takashi Schimizu è essenziale e pulita: inquadrature spesso semplici ma molto efficaci e lenti movimenti di macchina che suggeriscono uno spazio dominato da “presenze”. Uno spettatore cresciuto a horror americani, probabilmente si lamenterebbe per i troppi tempi morti. In realtà è questa l’essenza del film. Il terrore scaturisce dall’attesa, da quello che non si vede (non ci sono né ammazzatine né squartamenti). Più che la storia in sé, la paura (o, meglio, l’inquietudine) è il prodotto della particolare atmosfera di sospensione e straniamento che la regia riesce a creare.
Il soggetto, in effetti, è abbastanza semplice: una casa in cui è avvenuto un orribile delitto è infestata dai fantasmi delle vittime. Tutti coloro che ne vengono a contatto sono contagiati da questo “rancore” originario, che si diffonde come un’epidemia coinvolgendo le persone più disparate (un’assistente sociale, delle studentesse). L’idea ingegnosa è quella di “frantumare” la storia in tanti piccoli capitoli, e di inserirli senza rispettare strettamente l’ordine cronologico. Ciò va a discapito della comprensione della trama (non mi vergogno a dichiarare che mi sfuggono alcuni passaggi, in particolare nel finale), ma ne guadagna quella sensazione di inquietudine di cui si accennava prima.