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Un blog di nicchia. |
di Siu-Tung Ching
con Leslie Cheung, Jackie Cheung, Joey Wong, Micelle Reis, Ma Wu
Hong Kong 1990
Questo secondo capitolo della più famosa saga fantastica ambientata nella Cina medievale delle leggende spinge molto di più sul pedale del gore (basta pensare all’incipit in cui compaiono dei ristoratori cannibali che si avventano sui poveri clienti per farne spezzatino), senza però perdere di vista il vecchio spirito propriamente avventuroso-fantasy, venato da elementi romantici e da simpatici siparietti comici (regalati soprattutto dal divertente monaco impersonato da Jackie Cheung). Rispetto al primo episodio l’atmosfera è più cialtronesca, c’è troppa carne al fuoco e la trama risulta più caotica e confusionaria. Alcune invenzioni però hanno quasi del visionario (o meglio, sembrano uscite da un manga) e sono riuscitissime (la corsa sottoterra, ad esempio, o il generale che lotta con cinque spade). Molte sono le strizzate d’occhio ai blockbuster americani dell’epoca (quando i nostri eroi cavalcano le spade volanti come farebbe Marty McFly col suo skate e quando rimangono aggrappati al mostraccio finale come fosse il Falcor de “La storia infinita”). Bisogna prenderlo per quello che è: un ottimo prodotto di puro intrattenimento.
Odissea così tragica da sembrare quasi surreale, un girone demoniaco partorito da una mente sadica. Il campo lungo del pianista Szpilman che si trascina confuso tra le mura del ghetto fantasma, tra i resti di Varsavia dilaniata dalle bombe, ha l’inquietudine estraniante di un film di fantascienza, un “ultimo uomo rimasto sulla terra”. Eppure, e qui sta il prodigio, nonostante tutto si rimane ancorati alla realtà storica (a ricordarci che tutto questo è successo veramente), con il suo insistere sui gesti più quotidiani, più banali, quelli che garantiscono la nostra sopravvivenza (anche quando non ci pensiamo). Una cronaca lucida di sei anni di morte, violenze, abusi, privazioni, terrore costante (bastano piccoli particolari, magari di sfondo per fotografare un’epoca). Così lucida e spietata da non concedere nulla al patetismo o allo shock fine a se stesso. Colpisce al cuore, non allo stomaco. E regala scene d’autentica commozione (il pianista che suona senza toccare i tasti per non essere scoperto è già diventato un cult). Per una volta un plauso al nostro servizio pubblico. di Jin-gyu Cho
con Eun-Kyung Sin, Sang-Mieon Park
Corea del Sud, 2001
Davvero divertente questo “My wife is a gangster”, pur trattandosi di un film d’intento dichiaratamente commerciale (campione d’incassi nel 2001, ha dato origine a un inevitabile sequel nel 2003, ed è attualmente in lavorazione un terzo capitolo, ambientato in Cina, che annovera addirittura la partecipazione di Zhang Ziyi). Ci troviamo di fronte a un tipico mix di stili e generi in salsa coreana. Dopo il prologo (un bel combattimento sotto la pioggia), si introduce subito il tema principale: una commedia matrimoniale degli equivoci che gioca principalmente sul ribaltamento degli stereotipi sessuali (tema ricorrente nella tradizione asiatica) e che può contare sulle ottime interpretazioni dei protagonisti. Dalla commedia si passa facilmente al comico puro allorché si insinuano nella trama una serie di gag e scenette (alcune sempliciotte e infantili, altre assolutamente irresistibili, una su tutte il disperato tentativo di rianimazione del gatto del boss rivale). Tutto sembra scorrere leggero fin quando non si verifica un’improvvisa svolta drammatica, che condurrà a un regolamento di conti tipico del gangester movie.
Siamo ben lontani dal lieto fine cui le commedie americane ci hanno abituato. Mentre guardavo il film non potevo fare a meno di pensare a come ogni scena si sarebbe potuta stravolgere per trasformarla in un remake a stelle e strisce. Il soggetto è facilmente saccheggiabile quasi nella sua totalità (non c’è neanche bisogno di modificare il titolo): basta togliere ogni riferimento alla cultura d’origine e edulcorare il tutto (meno azione, niente sangue, un bell’epilogo felice e conciliatorio). In effetti, a quanto pare, gli ammeregani avevano messo in moto il progetto, maturando anche la brillante intuizione di assegnare a Queen Latifah la parte della protagonista (non riesco a immaginare un’attrice più distante dall’eleganza di Eun-Kyung Sin). Fortuna che hanno lasciato perdere…
di E. Elias Merhige
con John Malkovich, Willem Dafoe, Catherine McCormack
Gran Bretagna, USA, Lussemburgo 2000
Per me, rapito dalle atmosfere crepuscolari e chiaroscurali del “Nosferatu” di Murnau e altrettanto incantato dal prodigioso rifacimento di Herzog, vedere “L’ombra del vampiro” era quasi un obbligo. E poi, a impersonare rispettivamente Murnau e Schreck erano due “mostri” come John Malkovich e Willem Dafoe. A dire il vero, mi aveva spaventato quel minaccioso pollice verso di FilmTv, accompagnato dalla lapidaria sentenza: “didascalico, verbosissimo, inutilmente lento, il film butta al vento una bella occasione”; ma la curiosità è stata più forte e devo dire che non me ne sono pentito. Sì, è vero, i difetti ci sono: il film è effettivamente troppo lento e soprattutto molto pretenzioso, quasi che il vero intento del regista E. Elias Merhige (un illustre sconosciuto, almeno per me) fosse piuttosto di realizzare un saggio sul cinema (e da qui i lunghi monologhi di Murnau sull’essenza della settima arte, sulla poetica del “vero”, ecc.). Però, da questa assurda mescolanza tra taglio documentaristico (la ricostruzione attenta, accompagnata di quando in quando dalle immagini originali, della realizzazione) e inaspettata piega horror (Max Schreck era un vero vampiro! Come altrimenti spiegare la sua sovrannaturale capacità di immedesimazione?) scaturisce un’atmosfera che riesce a omaggiare degnamente il film più spaventoso di tutta l’epoca del muto. Sarà forse la bellezza dei luoghi naturali, o più probabilmente, il fascino dei due attori protagonisti, calati nella parte come se fossero davvero nella compagnia di Stanislavskij. Dafoe in particolare, pur non toccando le irraggiungibili vette di uno Schreck, ma nemmeno di un Klaus Kinski, è comunque eccezionale. 
si modifica la trama quel tanto che basta per far sì che i protagonisti siano occidentali (i giapponesi, si sa, sono tutti uguali, e poi hanno quei nomi così complicati: si fa troppa fatica a seguire il film), si aggiunge qualche tocco di computer graphic, anche dove non ce ne sarebbe assolutamente bisogno (tanto per sciorinare l’alto budget speso), si assolda una star di successo a fare da contorno. E poi, soprattutto, si semplifica, si chiarificano tutti gli snodi della trama. In soldoni, questo è “The Grudge”, rifacimento di “Ju On” (2003), cui ha rimesso mano lo stesso regista Takashi Shimizu, fortemente voluto da Sam Raimi (che di case infestate se ne intende). 
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Attenzione, non sto parlando dell’americano “The Grudge” appena uscito nelle sale, ma dell’originale giapponese “Ju On”, diretto da Schimizu nel 2003 (e a sua volta basato su due film, sempre dello stesso regista, realizzati per il mercato home video nel 2000).
Chi ha visto qualche altro horror nipponico, come “Ringu”, “Dark Water” o “The Eye”, non farà fatica a rintracciare tutte le convenzioni del genere. L’iconografia è la stessa: esseri dal volto cadaverico, ricoperto spesso e volentieri da lunghi e scompigliati capelli neri. Probabilmente la spiegazione è da rinvenire nella tradizione giapponese, foriera di un ricco corpus mitologico a base di demoni (gli “oni”), fantasmi e spiritelli (chi ha visto almeno qualche puntata di “Inuyasha”, un’idea se la sarà fatta). Lo spettro che più volte nel corso del film assume le sembianze di gatto nero, ad esempio, è un episodio che ricorre spesso nelle leggende del Sol Levante (senza bisogno di scomodare Poe). I riferimenti a Ringu, poi, sono evidenti in alcune sequenze, ormai diventate canoniche (il telefono, o il cellulare, che squilla improvvisamente; le interferenze nella televisione).
La regia di Takashi Schimizu è essenziale e pulita: inquadrature spesso semplici ma molto efficaci e lenti movimenti di macchina che suggeriscono uno spazio dominato da “presenze”. Uno spettatore cresciuto a horror americani, probabilmente si lamenterebbe per i troppi tempi morti. In realtà è questa l’essenza del film. Il terrore scaturisce dall’attesa, da quello che non si vede (non ci sono né ammazzatine né squartamenti). Più che la storia in sé, la paura (o, meglio, l’inquietudine) è il prodotto della particolare atmosfera di sospensione e straniamento che la regia riesce a creare.
Il soggetto, in effetti, è abbastanza semplice: una casa in cui è avvenuto un orribile delitto è infestata dai fantasmi delle vittime. Tutti coloro che ne vengono a contatto sono contagiati da questo “rancore” originario, che si diffonde come un’epidemia coinvolgendo le persone più disparate (un’assistente sociale, delle studentesse). L’idea ingegnosa è quella di “frantumare” la storia in tanti piccoli capitoli, e di inserirli senza rispettare strettamente l’ordine cronologico. Ciò va a discapito della comprensione della trama (non mi vergogno a dichiarare che mi sfuggono alcuni passaggi, in particolare nel finale), ma ne guadagna quella sensazione di inquietudine di cui si accennava prima.