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Un blog di nicchia. |
Sono solo un neofita del magico mondo dei Cinebloggers, e ho appreso da poco che è antica tradizione, per capodanno, riunirsi allegramente per fare la mega-classificona dei film più belli dell’anno precedente. Chi sono io per sottrarmi a questo imprescindibile rituale? Devo avvertirvi però che la classifica risulterà imperfetta, parziale e piena di vuoti, per una serie di motivi. Primo, gli impegni dell’anno passato (leggi: laurea) non mi hanno permesso di frequentare assiduamente “i grandi schermi”, col risultato che la maggior parte dei film li ho visti nel periodo autunno - inverno (mi manca primavera, estate… e ancora primavera – come sono spiritoso ah ah –), e la classifica di conseguenza si concentrerà soprattutto su quest’arco di tempo. Secondo, molti bei film visti l’anno scorso non sono datati 2004: “Il ritorno del re”, ad esempio, è del 2003, mentre come sappiamo “Hero” e “Donnie Darko” risalgono al 2001. Infine, molti bei titoli esteri prodotti nel 2004, come “Old Boy”, “Steam Boy” e “La foresta dei pugnali volanti” da noi non sono ancora usciti (ma ho visto “Team America: World Police” e quindi lo inserisco lo stesso).
Fatte le dovute premesse, dunque, ecco a voi la classifica 2004:
Miglior film 2004: Kill Bill vol.2
2. Se mi lasci ti cancello
3. Team America: World Police
4. Angels in America
5. 2046
6. Spiderman 2
Peggior Film 2004: La passione di Cristo.
I miei auguri di un cinematograficamente prospero 2005
di Wong Kar-Wai
con Tekeshi Kaneshiro, Brigitte Lin, Tony Leung, Faye Wong
Hong Kong 1994
Wong Kar-Wai ci racconta due storie, tra le infinite possibili che ogni giorno si snodano per la caotica e brulicante Hong Kong di fine secolo, due tranches de vie molto simili, ma che, salvo lo sfiorarsi per un attimo, procedono parallele, come due specchi uno di fronte l’altro che si rimandano l’immagine. Due poliziotti (due numeri: 223 e 663), ciascuno vittima inerme dell’abbandono, ciascuno imprigionato in folli rituali per stornare la solitudine (l’acquisto di ananas in scatola e il parlare con gli oggetti di casa); due donne (diversissime) cercate, inseguite e mai raggiunte (come sempre nel cinema di Kar-Wai) e due canzoni (“Bluebeard” dei Cocteau Twins e “California Dreaming” dei Mamas and Papas), assordante e ossessiva colonna sonora dell’anima. A regnare sovrano è il Caso (o il Caos), le imperscrutabili coincidenze tra Tempo e Spazio (così ben espresse stilisticamente dall’alternanza tra accelerazione e ralenty): sono loro a determinare il corso delle nostre esistenze. Christopher Doyle alla fotografia fa il resto: i luccichii, i giochi visivi, l’alone sfuocato dei neon.
Le non-coppie (rispettivamente Tekeshi Kaneshiro, e Brigitte Lin; l’“attore feticcio” Tony Leung e Faye Wong, vista anche in 2046), formano un quartetto in stato di grazia, dotati di un’intensità che i nostri divi di Hollywood si sognano. In particolare Faye Wong mi ha fatto veramente impazzire, perché la sua è una parte quasi senza dialoghi e recita quindi essenzialmente con il corpo (e, ok, anche perché è bellissima
).
Il tema della casa come sorta di “metonimia psicologica”, come rappresentazione concreta e materica dell’essere individuale, non può non avere influenzato “Ferro 3”.
Un film che, con la sua esaltazione elegiaca dei rimpianti, delle occasioni mancate, degli attimi perduti, si adatta perfettamente al clima malinconico di fine anno.
P.S. Non capisco perché viene definito di solito un noir o un poliziesco: soltanto la prima storia, semmai, ha una trama che si può rifare a questo filone; ma in ogni caso, come si sa, Wong Kar-Wai si appropria dei generi (ad esempio il wuxiapian con “Ashes of Time”) per riversarvi sempre le sue ossessioni personali.
di Woody Allen
con Radha Mitchell,Will Ferrell, Neil Pepe, Chlöe Sevigny
USA 2004
La vita è una tragedia o una commedia? Affrontano questo filosofico interrogativo quattro amici seduti attorno al tavolo di un bistrot. Due di loro sono scrittori di professione, uno dalla vena drammatica e l’altro comica, e sostengono rispettivamente di poter sottomettere qualunque materiale narrativo alla loro inclinazione personale. Si sfidano dunque nel raccontare la stessa identica storia (proposta da un terzo amico) in chiave differente. Il canovaccio prende le mosse appunto dalla Melinda del titolo, vedova dal passato burrascoso e dal presente incerto, che una sera irrompe improvvisamente a casa di amici. Preoccupati, questi vogliono dare una sistemata alla sua vita e tentano di appiopparle un nuovo marito. Le due “Melinde” (quella comica e quella tragica) si alternano così nel corso del film (gli altri attori cambiano per non confondere troppo lo spettatore) e affrontano gli stessi avvenimenti, ma con diverso spirito. La conclusione di quest’esperimento, come chiosa la quarta amica, è ovvia: di per sé non esiste nulla di naturalmente tragico o comico (nella vita, come nella sua rappresentazione), ciò che varia è il punto di vista del singolo soggetto. Insomma, niente di più che discorsi da “quattro amici al bar”.
Lo spunto di partenza è intrigante, anche se non del tutto nuovo nella poetica di Woody Allen, che ha da sempre fatto del “tragicomico” il suo stile personale. Lo stesso concetto era già stato adeguatamente espresso nella “Dea dell’amore”, classica commedia brillante scandita però dalle incursioni di un coro tragico che di tanto in tanto commentava gli eventi. Quello che non convince è lo svolgimento: le due storie sono poco più che una bozza di sceneggiatura, la parte tragica ha troppa poca tensione e quella comica non fa molto ridere (il numero delle tipiche battute graffianti del nostro Woody è questa volta esiguo). Il risultato è che le due versioni finiscono per non differenziarsi abbastanza e per appiattirsi su un tono medio, ben lontano sia dai grandi drammi alleniani (“Crimini e misfatti”, “Un’altra donna”), sia dalle commedie più esilaranti (“Brodway Danny Rose”, “Misterioso omicidio a Manhattan”). Allen sembra aver dato fondo a tutte le vecchie idee e ormai procede per inerzia. È arrivata per lui l’ora di concedersi una pausa di riflessione (magari evitando di fare un film all’anno) e di maturare una svolta artistica.
L’aspetto migliore del film è tutto sommato nella recitazione degli attori, molto curata, anche quella dei comprimari. La protagonista Radha Mitchell è molto carina e garbata, e riesce con facilità a passare da un registro interpretativo all’altro. Will Ferrel è, vi giuro, davvero un bravo comico (per anni si è fatto le ossa alla palestra del “Saturday Night Live”) anche se, vedendo la versione italiana con il doppiaggio del fastidiosissimo Pino Insegno (che incespica tentando di imitare Woody Allen), farete fatica a convincervene.
Ah, tanti auguri a tutti. 
di Sergej M. Ejzensteijn
con Alexandre Abrikossov, Nikolaj Cherkassov, Nikolaj Okhlopkov
URSS 1938
Metti una mattinata libera (che per ora mica scarseggiano)… Metti me, tartacammello e un suo amico… Cosa si potrebbe fare mai per occupare il tempo? Ma naturalmente andare a Villa Trabia a vedere un film di Ejzensteijn, in russo con sottotitoli in cecoslovacco (beh, questo no, adesso non esageriamo). Insomma, una situazione molto fantozziana…
Meglio mettere le mani avanti, visto che si parla di capolavori per alcuni intoccabili, dicendo che non sono né un esperto del cinema russo né dello stesso Ejzensteijn, di cui ho visto pochissimo. Da ignorante, quindi, posso permettermi di dire che Alexander Nevskij non mi ha entusiasmato più di tanto, e la colpa è senza dubbio mia, perché mi aspettavo molti eccessi sperimentali, tipici dei suoi primi capolavori muti ("Sciopero", "La corazzata Potèmkin", "Ottobre"). Invece, più che un montaggio "connotativo" e non lineare, e una ricchezza di metafore, mi sono ritrovato una struttura abbastanza convenzionale, già "normalizzata" dall’avvento del sonoro. Le innovazioni di linguaggio si concentrano quasi esclusivamente durante la lunga battaglia sul lago Peipius in cui l’esercito russo guidato dal principe Nevskij sconfigge gli invasori teutoni (il film fu girato nel 1938 per volere di Stalin, e ogni riferimento all’aggressione nazista è puramente voluto), che nonostante alcune ingenuità (non scorre neanche una goccia di sangue), pur essendo ineluttabilmente datato, fa ancora un certo effetto (e poi bisogna portargli rispetto, perché è una scena fondamentale cui si sono ispirati tutti i film di battaglie successivi).
L’unico momento in cui sono sobbalzato sulla sedia è stato proprio all’inizio delle battaglia, quando sta per arrivare la carica dei Teutonici, con la trascinante e famosissima musica di Prokofiev: Ejzensteijn davvero maestro del tempo e dell’attesa.
di Mike Nichols
con Jack Nicholson, Art Garfunkel, Candice Bergen
USA 1972
Questo quarto film di Mike Nichols, ispirato a un’opera teatrale di Jules Feiffer, pur non essendo minimamente paragonabile ai due capolavori degli esordi ("Chi ha paura di Virginia Woolf?" e "Il laureato") è molto ben fatto e ingiustamente trascurato dalla critica di oggi (mentre all’epoca fu un successone).
Diviso forse troppo schematicamente in tre episodi tra loro slegati, ci mostra due amici, Jonathan (Jack Nicholson) e Sandy (Art Garfunkel) e l’evolversi (ma sarebbe meglio dire "l’involuzione") delle loro vite sentimentali nel corso degli anni. Effervescente (come d’altronde è la giovinezza) la prima parte, dedicata alle vicende del college. La trama si esaurisce nel più classico dei triangoli, ma è resa in maniera cinematograficamente interessante, con un gioco di ombre e di fuori campi che accompagnano l’alternarsi e il susseguirsi dei rapporti tra personaggi. Più amari gli episodi successivi, dedicati all’età adulta e all’inizio della vecchiaia, e proprio per questo anche più scarni, concepiti essenzialmente come lunghe scene parlate.
Il limite del film sta proprio nel rimanere prigioniero del testo originale (che per altro ha dei bellissimi dialoghi) e nel non riuscire a mettere in atto soluzioni narrative che si discostino da un’impostazione troppo marcatamente teatrale.
In definitiva, è un tipico prodotto della "New Hollywood", che ritrae i cambiamenti nei costumi sessuali e il declino delle istituzioni (la famiglia) e dei valori tradizionali. Uno sguardo pessimista e cinico su due esseri che annaspano senza speranza nelle loro vite, incapaci di amare veramente.
Uno dei maggiori elementi di curiosità è la presenza di Art Garfunkel (il celebre musicista che stava in coppia con Paul Simon), che in quegli anni intraprese, senza molto successo per la verità, anche la carriera cinematografica. Inaspettatamente qui risulta molto convincente, forse perché gli è congeniale la parte dell’amico fragile e sensibile, ed è un degno contraltare all’eversivo e istrionico Jack Nicholson (ancora poco più che un debuttante, ma già eccezionale).
di Christopher Nolan
con Guy Pearce, Joe Pantoliano, Carrie-Anne Moss
USA 2000
Qualità artistica: il mio professore di teoria della letteratura, Genettiano convinto, impazzirebbe per questo film che mette sullo schermo ardite teorizzazioni sui limiti della linearità nella narrazione, e lo chiamerebbe un caso di "anacronia in cui il tempo della storia e il tempo del racconto procedono in ordine opposto". Il che, tradotto in italiano, significa semplicemente che la narrazione procede a ritroso, partendo dalla fine. Idea geniale tanto quanto semplice, di quelle che ti fanno esclamare: "Com’è che non ci hanno mai pensato prima?". Semplice solo a dirsi naturalmente, perché architettare una struttura di questo genere con la pretesa anche di farsi capire agilmente, esige uno sforzo complesso (di sceneggiatura, di regia, di montaggio) perché ogni tassello deve combaciare alla perfezione. Incredibilmente la scommessa riesce. Il risultato è un gioiellino dalla precisione svizzera: nessun dettaglio (anche nella scenografia e nelle luci) è lasciato al caso e la storia fila liscia come l’olio, guidando passo passo lo spettatore che si impratichisce quasi subito del meccanismo (grazie all’alternanza delle sequenze in bianco e nero con quelle a colori).
Un thriller psicologico, come si dice di solito, però poco thriller (visto che sappiamo dall’inizio chi è l’assassino) e molto psicologico, visto che non si contenta semplicemente di raccontare la storia di un uomo che ha perso la memoria breve e che deve trovare l’assassino di sua moglie, ma vuole farcela vivere dal suo punto di vista, facendoci conoscere la realtà come la apprende lui stesso (sempre il mio prof parlerebbe di "focalizzazione interna") cioè con piccoli episodi di dieci minuti che ci spiegano cosa è avvenuto precedentemente.
Detto così sembra solo un giochetto intellettualistico, in realtà è anche una profonda riflessione filosofica sulla memoria come essenza stessa sia della nostra identità (qualcosa di quasi fisico, come i tatuaggi) sia anche del mondo che ci circonda, se è vero che tutto sta nel convincersi che "quando chiudo gli occhi il mondo continua ad esserci".
Diretto dal poco più che esordiente Christopher Nolan, che dimostra subito di avere gran talento e uno sguardo personalissimo (basta vedere il folgorante incipit in "rewind", uno dei più belli degli ultimi anni, per rendersene conto) e interpretato da un Guy Pearce in ottima forma e da un Joe Pantoliano molto ispirato.
Qualità tecnica: Il video, proposto nel corretto formato panoramico (2:35:1) e in anamorfico, è veramente impeccabile, chiaro e nitido, con un ottima resa cromatica.
Se la cava egregiamente tanto nelle parti a colori che in quelle in bianco e nero. Non ho notato né difetti di compressione né cali di qualità.
L’audio è presente sia in dolby 5.1 che in 2.0 per entrambe le tracce (italiana e inglese). Ho provato la 5.1 e mi è sembrata molto buona, ma come al solito non ho un impianto adeguato per spingermi più in là con l’analisi.
Extra: La caratteristica più interessante e bizzarra di quest’edizione è quella di presentare nel secondo disco una visione del film un po’ particolare, cioè con gli episodi montati in ordine cronologico. Chiaramente il film visto in questo modo perde tutto il suo fascino, se non il motivo primario della sua esistenza. Ma l’extra deve essere visto più che altro come una curiosità che eventualmente può aiutare a dissipare qualche dubbio sulla trama ;). Decisamente chiarificatore è anche il documentario, sempre incluso nel secondo disco, "Anatomia di una scena", realizzato per il Sundance Channel, che analizza in profondità tutti i vari aspetti del film (sceneggiatura, montaggio, recitazione, fotografia, scenografia, colonna sonora).
Un po’ meno interessanti sono gli extra del primo disco (gli stessi della precedente versione a dvd singolo). Oltre alle note biografiche e alle solite schede del cast artistico e tecnico, è presente un’intervista fatta al regista, che non aggiunge nulla di nuovo a quanto detto nell’altro speciale. Altre due chicche sono la possibilità di vedere tutti i tatuaggi del protagonista e "Otnemem", un inserto interattivo che ripercorre, tramite un articolo e delle foto, la vicenda del film. Infine i menù, non animati, non brillano particolarmente per originalità e bellezza. Nel complesso non ci si può lamentare, anche se si sente la mancanza di un commento del regista (che, a quanto pare, è presente nella versione americana, che ha tra l’altro menù più belli).
Sottotitoli in italiano, inglese e italiano per non udenti (anche per gli extra).
Voto finale: 8/10 (perché mancano alcuni extra della versione americana).