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Un blog di nicchia. |
Giorgio Bocca, "Cosa insegna la conquista di Falluja", da Il Venerdì di Repubblica scorso:

Ora, Bocca magari non sarà un esperto di cinema, e magari sarà pure avanti con l'età, ma questo mi pare decisamente troppo...
Da La Repubblica apprendo che si celebra un curioso doppio anniversario per la "Commedia all’italiana", infatti sono usciti rispettivamente nel dicembre del ’54 e nel dicembre del ’74 i film considerati l’inizio e la fine di questo filone, “Un americano a Roma” e “C’eravamo tanto amati”. Al di là delle dovute perplessità che balenano sempre ogni qual volta si citano date e titoli precisi per racchiudere un genere (perché proprio “Un americano a Roma”? Non era meglio “I soliti ignoti” del ’58? Perché proprio “C’eravamo tanto amati”, se fino ai primi anni’80 sopravvivono ancora gloriosi esemplari del genere fra cui “Romanzo Popolare”, “Brutti, sporchi e cattivi”e “Amici miei”?), liquidabili comunque tenendo presente il valore del tutto simbolico e indicativo di queste ricorrenze, vorrei fare solo una piccola riflessione (anche perché mi hanno detto che nei blog bisogna essere brevi!).
La “Commedia all’italiana” più che un genere era un super-genere onnivoro che ha fagocitato elementi del neorealismo, del neorealismo rosa, del comico puro, riuscendo a monopolizzare il mercato cinematografico per moltissimi anni. La sua tipica mescolanza di tragico e comico, di impegno sociale e di gusto nazional-popolare lo ha reso virtualmente adatto a ogni fascia di pubblico. Perché tutto questo è accaduto nell’arco di un ventennio ben preciso? Perché in quegli anni nasceva la società di massa e il cinema riusciva benissimo a fotografare gli italiani, a generalizzare “la gente” in tipi e categorie (“il ladruncolo morto di fame”, “l’impiegato arrivista e disposto a tutto” ecc ecc) senza perderne in autenticità. Oggi tutto questo non è più possibile, non per difetto del cinema, ma per complessità del mondo in cui ci troviamo. Banale, si dirà. Ma perché allora si parla sempre di “rinascita della Commedia all’Italiana”? È un’espressione che secondo me ormai non ha nessun senso.
Di Wong Kar-wai
Con Tony Leung, Gong Li, Zhang Ziyi, Faye Wong
Hong Kong 2004
2046 è il titolo di un libro di fantascienza. 2046 è anche il numero di stanza d’albergo. 2046, ancora, è una data simbolica (l’anno in cui Hong Kong passerà alla Cina). Ma, più di tutto, 2046 è l’espressione di uno stato mentale, la sospensione nel mondo dei ricordi, la sensazione di trovarsi in “un treno che non parte e non arriva mai”. Hong Kong 1966, Oriental Hotel. Chow Mo Wan (Tony Leung) lavora a un romanzo ambientato nel futuro e riversa nelle pagine le sue precedenti storie sentimentali. Per lo scrittore è l’occasione di fare un viaggio nella memoria, di far riaffiorare, tra le volute di fumo di sigaretta e le arie d’opera suonate da un giradischi, i volti e i corpi delle donne che ha amato. Ciascuna di esse è una diversa manifestazione di ciò che chiamiamo “amore”: la passione carnale senza alcun coinvolgimento emotivo con Bai Ling (una Zhang Ziyi veramente bellissima), la complicità puramente intellettuale con Wang Jing Wen (Faye Wong) e il sentimento vissuto nell’ombra di un’altra donna con Su Li Zen (Gong Li). Film complesso, frammentato, con un montaggio che spazia continuamente dal mondo del libro a quello reale e con le vicende che si rimandano le une alle atre in un infinito gioco di specchi e di lustrini, 2046 va visto come innesto e integrazione al precedente capolavoro di Wong Kar-wai, “In the Mood for Love” del 2000. La chiave di volta della storia è, infatti, proprio da ricercare nel rapporto che Chow ebbe con la Su Li Zen del film di quattro anni fa (Maggie Cheung, che qui compare solo pochi istanti). Non si tratta però di un vero e proprio sequel, la genesi di 2046 è molto più complessa. È come se Kar-wai volesse continuare a girare la stessa opera all’infinito (come testimonia sia la lunghissima gestazione, sia il fatto che il regista non sia ancora oggi del tutto soddisfatto del montaggio). Del resto, è lui stesso ad affermare che “i due film sono nati in contemporanea. Sono in un certo senso la stessa storia. Finito ‘Mood’, questo è ricomparso. Ma non lo considero un seguito. Semmai una rilettura degli stessi personaggi”. Ritroviamo quindi la fotografia patinata di Christopher Doyle, l’eleganza degli abiti, delle unghia smaltate e dei capelli impomatati, l’intensità dei primi piani, la raffinata colonna sonora che spazia dalla “Casta Diva” a “Siboney”. Il risultato però non raggiunge i livelli del predecessore, inarrivabile sia per la poeticità di certi sguardi che per solidità di struttura e limpidezza narrativa.
Di M. Night Shyamalan
Con Joaquin Phoenix, Bryce Dallas Howard, Sigourney Weaver, William Hurt, Adrien Brody
USA 2004
“The Village” più che un horror, è un film a tesi, una rappresentazione simbolica della società contemporanea, una metafora politica e in questo risiedono i suoi difetti e i suoi pregi.
I suoi difetti perché “The Village”, pur riuscendo a diffondere tra gli spettatori un alone di serpeggiante inquietudine, non ottiene l’effetto di creare paura vera. Intendiamoci, il meccanismo che genera il terrore è della stessa matrice di tutte le precedenti opere di M. Night Shyamalan: siamo angosciati non da ciò che si vede, ma piuttosto da quello che non si vede; l’ansia si genera non per accumulazione, ma sempre per sottrazione; la tensione si alza per la presenza di piccoli particolari (un’erbaccia rossa – il colore che evoca i mostri – un animale selvatico seviziato) che disturbano l’armonia delle cose. E, tuttavia, questa volta qualcosa s’inceppa, il meccanismo funziona molto meno rispetto a “Il sesto senso”. Non può far molto neanche la gelida atmosfera da “gotico americano”, un qualcosa a metà tra “Il mistero di Sleepy Hollow” e “Witness – Il testimone”, che permea ogni inquadratura. Per di più, la via della suspence non sembra interessare il regista più di tanto, se si considera che, ad eccezione del colpo di scena finale, il nodo principale dell’intreccio - cioè quale sia la natura dei mostri che terrorizzano il villaggio - viene rivelata già a tre quarti del film.
I suoi pregi sono nella capacità di ricreare nel piccolo villaggio tardo ottocentesco di Covington, Pennsylvania, un microcosmo variegato, perfetta rappresentazione del nostro sistema sociale, che va dai capi del governo, ai saggi preposti alla trasmissione del potere, giù giù fino allo scemo del villaggio, rotella sfalsata dell’ingranaggio. E nella storia di questa comunità, che ha scelto la via del più totale isolamento per sfuggire ai mostri (reali o della nostra mente?) che popolano la foresta che la circonda, non si può non vedere un riferimento alla situazione politica americana (e non solo), alla tendenza di chiudersi in sé, sopraffatti dal terrore e dai terrorismi. Grande prova di recitazione per i due protagonisti, Joaquin Phoenix e soprattutto l’esordiente Bryce Dallas Howard (figlia di Ron Howard, ma, fidatevi, non è una raccomandata) che impersona con naturalezza nella parte una ragazza non vedente. Anche i comprimari danno un ottima prova di sé, a cominciare da Sigourney Weaver e William Hurt, mentre Adrien Brody nei panni del matto risulta un po’ troppo forzato.
Di Michel Gondry
Con Jim Carrey, Kate Winslet, Elijah Wood, Mark Ruffalo, Kirsten Dunst, Tom Wilkinson
USA 2004
“Eternal Sunshine of the Spotless Mind” (l’ignobile titolo italiano, concepito solo per accalappiare qualche sprovveduto spettatore, mi rifiuto persino di scriverlo) inizia come il più classico dei film d’amore. I primi venti minuti potrebbero costituire quasi un ottimo corto a sé stante, su due esistenze, quelle di Joel (Jim Carrey) e Clementine (Kate Winslet), entrambe molto particolari, che si incontrano (per caso?) e provando ad avvicinarsi. Dopo avviene la svolta fantascientifica (o meglio fantastica): Joel, improvvisamente ignorato da Clementine, si confida con i suoi amici che gli mostrano un bigliettino in cui vi è scritto che la ragazza si è fatta rimuovere da una ditta specializzata tutti i ricordi relativi alla loro storia d’amore. Il film allora prende un’altra piega. Gli eventi si mescolano, si contorcono, interagiscono, e si fondono in quel calderone che è la mente del protagonista. L’elemento fantasy è solo un pretesto per mettere in scena la rappresentazione della mente di un uomo. Tema particolarmente caro allo sceneggiatore Charlie Kaufman, che con la sua prima opera (“Essere John Malkovich”) ci ha catapultati nei meandri psichici dell‘inquietante attore e con la seconda (“Il ladro di orchidee”) ci ha permesso di spiare la sua stessa psiche durante il processo di creazione artistica.
L’intento è quindi di tipo sperimentale: il regista (Michel Gondry, che ha esordito con “Human Nature”, altro film col gusto dell’assurdo) cerca di rendere cinematograficamente i ricordi, adottando uno stile innovativo ed efficace, pieno di confusi movimenti di macchina e di perdita della messa a fuoco altamente metaforici. Non ha più senso parlare di flashback e di flashforward, ma il tempo qui è inteso più che altro come una struttura circolare che non ha coordinate definite. Si costruisce la storia d’amore da un punto di vista molto particolare, che è quello della memoria. Prospettiva non tanto insolita se si pensa che l’amore vive essenzialmente di ricordi.
“Eternal Sunshine of the Spotless Mind” è quindi un film sentimentale, di fantascienza, sperimentale e anche una commedia grottesca. Al tempo stesso è un film “d’attori”, che si regge prepotentemente sulla recitazione. Tutti gli interpreti sono ai massimi livelli. Kate Winslet è bravissima e stupenda. Jim Carrey forse realizza in questo piccolo film semi-indipendente la sua migliore interpretazione, intensa e al tempo stesso misurata, dimostrando (se ce ne fosse ancora bisogno) la capacità di impersonare ogni tipo di carattere.
Una menzione particolare va alla colonna sonora, veramente splendida, creata da Jon Brion, con la presenza anche di Beck, Don Nelson and The Willowz.

Di Zhang Yimou
Con Jet Li, Tony Leung, Maggie Cheung, Zhang Ziyi, Donnie Yen
Verrebbe da dire meglio tardi che mai. Dopo più di due anni “Hero”, il film più costoso della storia del cinema cinese (30 milioni di dollari di budget, 300 persone coinvolte nella realizzazione e 150 giorni di riprese), viene finalmente distribuito nelle sale italiane. Un ritardo che ha dell’inspiegabile, se si pensa che il kolossal di Zhang Yimou ha sbancato ai botteghini francesi e di altri paesi europei e che in Italia ha ottenuto un ottimo successo un altro film dello stesso genere, “La tigre e il dragone” di Ang Lee. E invece per approdare nel nostro paese (e anche in USA) c’è stato bisogno di una spintarella dell’appassionato Quentin Tarantino (nei trailer il suo nome sostituisce quello di Yimou, generando peraltro confusione negli spettatori). 
Comunque sia, l’attesa è stata ampiamente ripagata. La curiosità era tanta, soprattutto perché il pluri-premiato regista cinese, da sempre autore di opere socialmente impegnate e di taglio quasi neorealista, si cimenta qui per la prima volta con il “wuxiapian”, termine che designa un particolare genere di “cappa e spada” tipico della cinematografia orientale. In questo caso il soggetto prende spunto dalla storia di Qin Shihuang, il primo re che unificò la Cina, e di alcuni guerrieri che tentano di assassinarlo. Yimou non perde l’essenza prima del suo cinema e la pulizia di linguaggio, ma il cambiamento di registro è sbalorditivo. “Hero” è un punto di svolta: segna la prevalenza della forma sul contenuto. I temi, i personaggi, gli oggetti, tutti gli elementi della storia (la guerra, la scrittura, la musica) si fondono in un gioco di corrispondenze e diventano parte di un processo di astrazione che le trasforma in forme geometriche, spazi e ritmi. I combattimenti sono in realtà danze coreografiche in cui i gesti hanno la grazia e la stilizzazione di un ideogramma perfetto. Le diverse sfumature cromatiche dell’immagine connotano simbolicamente gli episodi della trama (merito anche dell’incredibile fotografia di Christopher Doyle).
Tutto questo senza rinunciare alle regole e alle convenzioni del film commerciale, con qualche strizzata d’occhio anche al cinema occidentale (con riferimenti sparsi che vanno da “L’ultimo imperatore”, a “Matrix”, al “Signore degli anelli”) e con un cast pieno di star internazionali (gli straordinari Jet Li, Tony Leung, Maggie Cheung e Donnie Yen su tutti).
Il cambio di rotta del regista di “Lanterne rosse” e de “La storia di Qiu Ju” ha fatto discutere ancora di più per il messaggio filo governativo che trasmetterebbe il film, riassunto nel motto epigrafico “tutti sotto uno stesso cielo”, secondo il quale un regime, anche se oppressivo, è necessario per difendere l’ordine e la legge. Questo è in realtà solo uno dei messaggi possibili, il più evidente. Il film è suscettibile a diverse chiavi di lettura e diversi punti di vista (come suggerisce palesemente la struttura della storia, costruita sul modello di “Rashomon”). Ogni visione è legittima, anche quella degli sconfitti (si veda ad esempio lo stoicismo della scuola di calligrafia che difende fino all’ultimo il valore del sapere).