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Un blog di nicchia. |
Al Palazzo delle Esposizioni di Roma, nell’ambito della mostra “Cina XXI secolo. Arte tra identità e trasformazione”, sta giungendo a conclusione la panoramica “Il Nuovo Cinema Cinese”, curata da Marco Müller con l’obiettivo di fornire uno sguardo d’insieme sull’ultima generazione di cineasti della Repubblica Popolare. In programma molti dei “protetti” di Müller, registi coccolati durante le sue direzioni di festival, a cominciare dai celeberrimi Zhang Yuan e Jia Zhangke. Ma anche nomi meno noti al pubblico occidentale, come Wang Xiaoshuai, Jiang Wen, Ning Ying, e per l’appunto Wang Shuo, vincitore con questo film del Pardo d’oro a Locarno proprio nell’edizione “mülleriana” del 2000.
Bagnato da una luca calda e soffusa, attraversato da una colonna sonora magniloquente, il film affronta il tema del conflitto generazionale (ovvia metafora di un ben più ampio e generalizzato conflitto politico) scegliendo il registro un po’ scombiccherato della commedia grottesca. In effetti, i principi della potestà paterna non vengono mai messi in discussione fino in fondo (e troveranno una naturale legittimazione nella scontata riconciliazione finale), ma il modo in cui viene presentata la figura di Ma Linsheng è tra le più dissacranti e demitizzanti. Un uomo debole e inetto, che non perde occasione per piangere, pieno di goffe idiosincrasie (tra cui bere costantemente del tè da un enorme recipiente) e del tutto privo di autorità, tanto da farsi incastrare in un matrimonio assolutamente non voluto; ma in fin dei conti simpatico e amorevole.di Rodrigo Plà
con Daniel Giménez Cacho, Maribel Verdú, Carlos Bardem
Spagna/Messico 2007
Forse il maggior pregio de La zona è la sua asciuttezza. Un film secco, essenziale, diretto e concreto: dopo un breve prologo descrittivo (in cui si indugia un po’ troppo – è vero – con la lirica metafora della farfalla annientata dal filo spinato), lo spettatore è immediatamente catapultato nel cuore dell’azione principale. A partire dalla scintilla scatenante del plot (si apre una breccia nelle mura di un quartiere residenziale situato nel cuore di una favelas messicana; alcuni ladruncoli penetrano in una villa e uccidono la proprietaria), tutte le vicende successive sembrano susseguirsi solo sulla base di un lineare principio di causa-effetto, come se tutti i personaggi, incapaci di elaborare razionalmente gli accadimenti, fossero vittime di un meccanismo pavloviano, alimentato esclusivamente dalla paura e dall’istinto di conservazione.
Nei confronti di una struttura così rigidamente teorica, giocata tutta sulla contrapposizione dicotomica e ideologica tra classe sociale e spazio geografico, forse il merito de La zona sta proprio nell’evitare di indugiare sulla metafora politica, lasciandosi trasportare dal potere di una narrazione quasi meccanica e istintuale, tendente proprio a far risaltare il lato ferino (ma in fondo anche profondamente umano) dei caratteri.
La gabbia del genere thriller funziona da valvola di sicurezza contro la retorica, da intercapedine per distanziarsi dalla denuncia sociale, da schermo protettivo onde scongiurare il freddo esercizio intellettuale. Pensate al pericolo cui si sarebbe esposta una regia meno accorta e calibrata di fronte alla pervasiva presenza del digitale all’interno del film; dagli schermi traditori dei monitor di sorveglianza, fino alle immagini della videocamera come uniche possibili (ma inascoltate) depositarie della verità.
Rodrigo Plà – al suo esordio al lungometraggio che gli è valso il premio come “Leone del Futuro” nelle scorse giornate degli autori veneziane – mette da parte qualunque velleità autoriale e, proprio in virtù di un’essenzialità che non sconfina mai nel semplicismo, riesce a conferire alla storia una profonda e stratificata ricchezza di significato. In questo modo vengono recuperati, in controluce e in filigrana, anche tutti i possibili sottotesti politici e teorici, ma ricorrendo esclusivamente agli strumenti della rappresentazione spaziale. Basta pensare alla delicata sequenza in cui Miguel (dapprima fuori campo) e Alejandro pian piano si avvicinano prossemicamente ed emotivamente.
Banale dirlo, ma è qualcosa che il cinema italiano (di genere o meno) oggi non sa (più) fare.
di Paolo Virzì
con Isabella Ragonese, Massimo Ghini, Valerio Mastrandrea, Sabrina Ferilli
Italia 2008
Difficile essere “oggettivi”, o perlomeno simulare una supposta oggettività, con un film che sembra attingere direttamente dal proprio vissuto personale: la laurea appena conclusa, le perplessità per il dottorato di ricerca, il can-can dei curriculum e il vano valzer dei colloqui, immersi nel caos inconcludente e caciarone della capitale. La protagonista è perfino di Palermo! [non vi dico la gioia nel captare le lievi intonazioni panormite della Ragonese, dalla dizione seducente proprio perché imperfetta] C’è pure un personaggio che usa il nick Rob_80! Necessariamente anche io non posso che dirmi virziano.
Non so ben spiegare perché Virzì riesce dove altri falliscono. In questo strano processo, mutuato dalla commedia all’italiana dei tempi d’oro, per cui si parte dalla cronaca e dal dato sociologico, li si adultera passandoli per il filtro dell’esagerazione macchiettistica e del grottesco, alla fine si riesce a ottenere per converso qualcosa che rimanda autenticamente, non alla società di oggi, ma al sentire di singole esperienze individuali. In Virzì c'è la differenza che passa, per esempio, da un uso consapevole e giustificato del dialetto e delle variazioni linguistiche regionali a un loro impiego facilone e barzellettiero, purtroppo ricorrente anche in molte produzioni ambiziose. O, per dire, nelle sue opere si nota sempre come il riferimento a elementi della nostra cultura popolare (il Grande Fratello, il Tapiro, eccetera), si integri con il tessuto narrativo del film senza risultare posticcio o poco giustificato.
Certo, lo stile di Virzì non è campione di armonia e limpidezza. Troppe sono le cadute di tono, le superflue ridondanze (a partire dalla voce over) e le svolte telefonate. Ma, stranamente, il risultato è superiore alla somma delle singole parti, e il quadro d’insieme, proprio in questa sua incoerente e bastarda amalgama di grottesco e adesione sociale, riesce a restituire un’immagine unitaria.
Tutta la vita davanti, più che nella denuncia del precariato e della schiavitù da call-center (in ogni caso encomiabile e doverosa, se si pensa che nessun prodotto italiano mainstream fino ad ora aveva affrontato l’argomento), è efficace nel tratteggiare l’ottundimento e la reclusione mentale cui oggi siamo tutti, nel bene o nel male, soggiogati. Prigionieri di simulacri mediali, o di luoghi fisici creati a loro immagine e somiglianza (l’inquietante palazzo aziendale, non-luogo asettico come uno studio televisivo), osserviamo la realtà quasi come dalla caverna platonica: il mondo non ci appare più come il riflesso di un’ombra, ma piuttosto come l’immagine di uno schermo, il trillo di un telefonino, o lo spazio fittizio di una mappa geografica di Intenet.
E se il finale sembra lieto, l’inquadratura conclusiva in plongée mette una certa inquietudine. Come se i personaggi continuassero a essere prigionieri, incapsulati in un mondo virtuale, come quello dalla mappa di Google Earth.
di Tsukamoto Shinya
con Matsuda Ryuhei, Hitomi, Ando Masanobu, Tsukamoto Shinya
Giappone 2006
Sarebbe interessante indagare sulle ragioni per cui, in un breve intervallo, sono usciti in Giappone due film come Nightmare Detective e Paprika (2006), basati pressappoco sullo stesso soggetto e intrigati dalle medesime suggestioni oniriche. Pura casualità, o effettiva urgenza, per così dire “sociale”, di affrontare il lato oscuro e rimosso dell’uomo (nipponico) contemporaneo?
Ancora più curioso, forse, il fatto che entrambe le opere si prestino molto facilmente a una lettura autoriflessiva. Il capolavoro di Kon Satoshi, va da sé, parla soprattutto di cinema; della sua straordinaria (ma anche inquietante e terrificante) capacità di plasmare e lavorare con la materia onirica. Ma come non vedere anche in Nightmare Detective il tentativo da parte di Tsukamoto di riflettere sul senso del proprio lavoro cinematografico? Non è di certo un caso che il regista (da sempre avvezzo anche a interpretare i suoi film) qui scelga di impersonare proprio “Zero”, sorta di entità oscura e, appunto, nullificatrice, ergendosi a origine di tutti gli incubi del personaggio/spettatore.
Purtroppo c’è da dire che Nightmare Detective non ha il potere evocativo e il fascino stordente del lungometraggio animato di Kon. Il regista di Tetsuo tenta di svincolarsi da un’estetica televisiva di maniera, inoculando all’interno delle figure e dei temi ricorrenti dello psycho horror (si pensi all’incipit quasi ironico) germi della sua poetica malata e disturbante, che però si rivela nella sua strabordante efficacia soltanto nella sequenza dello scontro finale.
In questo Tsukamoto non si discosta troppo dall’operazione compiuta a suo tempo da Miike Takashi per The Call e ripropone le solite istanze della precedente filmografia (la mutazione, l’uomo prigioniero della metropoli, il masochismo come soluzione estrema all’ottundimento sensoriale) nella confezione un po’ impolverata del prodotto di genere low budget. Ma, rispetto a Miike, qui l’esito è ancora più “normalizzante” (basta pensare al finale), e il film finisce per piegarsi troppo spesso a un’iconografia pop da manga (il Detective dell’incubo sembra uscito da Death Note).
Un peccato, perché Tsukamoto ha un grandissimo talento nel costruire immagini (pur entro gli schemi limitanti di un prodotto come questo) e dovrebbe sentirsi ancora libero di sperimentare territori inusitati senza alcun condizionamento, affidandosi unicamente allo straordinario potere “poetico” (anche nel senso etimologico di “creatore”) dell’incubo.
Piccola nota: l'edizione dvd della Rarovideo presenta la versione con audio originale, tuttavia i sottotitoli sono disponibili esclusivamente in lingua inglese...